13.27. Un boccone, una telefonata, e l’ultima goccia.
Oggi, alle 13.27, mentre finalmente stavo mangiando qualcosa dopo una mattinata di lavoro, mi arriva una telefonata. Una telefonata di qualcuno a cui avevo già risposto via mail che non avrei pubblicato il suo articolo. E invece no: pretendeva spiegazioni, pretendeva che lo pubblicassi comunque e — perché no — magari anche pagando. E lì, con il boccone in bocca, esplodo.
Non per maleducazione. Esplodo perché questa è stata l’ultima goccia di una dinamica che si ripete da anni: richieste fuori luogo, pressioni, pretese, e poi la solita lezione su come “dovrebbe funzionare” il mondo dell’arte. Da chi, spesso, non lo vive davvero.
Questa volta la tesi, accanto a tante frasi che gettavano ombre sul lavoro delle gallerie, era che gli artisti che valgono — anche dal punto di vista delle quotazioni — sono quelli presenti nei punti istituzionali. Non concordo (e non pubblico!). Tutti sanno come ci si entra in quei luoghi: non per merito, non per qualità, non per un percorso costruito con lavoro e continuità. Ma per appartenenza politica, relazioni, dinamiche di potere. E poi quella presenza viene usata come prova di valore artistico. Una distorsione che non rappresenta la realtà e che, soprattutto, è offensiva verso gli artisti che lavorano davvero, senza alcuna protezione.
E mentre mi veniva spiegato tutto questo, io avevo il boccone in bocca. E ho pensato: basta.
Basta con questa narrazione tossica che divide gli artisti in “validati” e “non validati” sulla base di criteri che con l’arte non hanno nulla a che vedere.
E basta con lo sport nazionale del gettare fango sulle gallerie.
Perché sembra diventato un passatempo: criticare, insinuare, accusare. E poi — ironia delle ironie — quelli che pubblicamente gettano fango sono spesso gli stessi artisti che pretendono lavoro gratuito, visibilità gratuita, tempo gratuito. Gli stessi che bussano alle gallerie pretendendo spazio e lavoro di promozione.
Poi ci sono coloro che offrono continuamente vere, nuove e fantastiche opportunità di vendita per gli artisti, senza mai spiegare come lavorano, cosa fanno davvero, quali risultati portano. E per sembrare migliori, invece di raccontare il proprio metodo, preferiscono dire quanto sono cattive le gallerie. È la strategia più vecchia del mondo: non dico cosa faccio io, ma ti racconto quanto sono pessimi gli altri.
La verità è semplice: senza gallerie non esiste un percorso professionale. Non esiste continuità, non esiste crescita, non esiste confronto. Le gallerie sono quelle che credono negli artisti quando nessuno li guarda, che investono quando nessuno investirebbe, che tengono in piedi un sistema che tutti criticano e tutti, alla fine, usano. È vero, siamo rimasti in pochi a fare così, ma allora a maggior ragione non ci buttate fango in faccia ogni giorno.
Oggi, alle 13.27, sono sbottata. Non solo pretendi, pretendi gratis, pretendi che scriva contro le gallerie, pretendi all’ora che vuoi tu, e se sto mangiando peggio per me: ti devo pure stare a sentire.
Il rispetto non è un optional. E il lavoro — il nostro, quello degli artisti, quello delle gallerie — merita di essere riconosciuto per quello che è: serio, complesso, necessario.
E c’è un’altra cosa che voglio dire: con tutto il lavoro gratuito che faccio ogni giorno con Melobox — gratuito, totale, costante — il fango non me lo merito. Non me lo merito io, non se lo meritano gli artisti che sostengo, non se lo merita chi lavora davvero.
Maria Teresa Majoli
gallerista e curatrice di Melograno Art Gallery e Melobox





