esterni del Mart Rovereto museo di arte moderna e contemporanea

Mart Museo di arte moderna e contemporanea di Rovereto Rovereto

ANSELMO BUCCI (1887 – 1955)
IL TEMPO DEL NOVECENTO TRA ITALIA E EUROPA

A cura di Beatrice Avanzi e Luca Baroni

Mart, Rovereto 28 marzo ― 27 settembre 2026

A Rovereto la più ampia mostra mai dedicata ad Anselmo Bucci.

Oltre 150 opere ricostruiscono la carriera, la vita, i legami di un intellettuale a tutto tondo, offrendo al pubblico e alla critica una delle figure più complesse, colte e indipendenti del XX secolo. Dipinti, incisioni, disegni, fotografie raggiungono il Mart da importanti collezioni private e pubbliche, tra cui la Quadreria Cesarini – Casa Museo di Fossombrone, i Musei Civici di Monza, il Museo del Novecento di Milano, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, l’Istituto Centrale per la Storia del Risorgimento Italiano.

Pittore, incisore, disegnatore e scrittore, Anselmo Bucci occupa una posizione originale nel panorama artistico del suo tempo: protagonista della vita culturale tra Parigi e Milano, manterrà sempre una forte autonomia intellettuale, evocata dal complesso rapporto con il gruppo di Novecento Italiano, di cui è tra i membri fondatori e a cui conferisce il nome, salvo poi allontanarsene. Bucci attraversa linguaggi, tecniche e generi con una libertà rara, conservando una coerenza interna fondata su una profonda cultura figurativa e su una sensibilità letteraria non comune, entrambe alimentate dall’esperienza diretta della modernità urbana e da quella del Primo conflitto mondiale, vissuto in prima linea come artista di guerra. La mostra restituisce anche il ruolo di Bucci come acuto osservatore della società del suo tempo, capace di tradurre in immagini le trasformazioni della modernità tra vita urbana, relazioni sociali e nuovi modelli culturali.

L’indipendenza dell’artista rispetto a correnti politiche o partiti, l’eterogeneità dei suoi interessi e della sua opera, lo rendono una figura eccentrica e sfaccettata. A lungo rimasta in una posizione defilata rispetto ai principali nomi dell’arte italiana della prima metà del secolo scorso, l’opera di Bucci viene finalmente ricollocata nel suo contesto storico e culturale, spiccatamente europeo, rivelando un valore solido e ormai riconosciuto dalla critica. Al Mart la valorizzazione della figura di Bucci si inserisce nell’indagine storico-artistica che fin dalla fondazione del museo, partendo dal patrimonio di opere e dai fondi d’archivio, mette a fuoco le vicende dell’arte in Italia, con particolare attenzione alla prima metà del XX secolo e agli artisti che gravitarono intorno alla figura di Margherita Sarfatti.

A partire dal sottotitolo, Il tempo del Novecento tra Italia e Europa, la mostra si concentra sulla dimensione internazionale di Bucci, che dalle Marche si sposta dapprima a Venezia, all’epoca città cosmopolita e aperta per eccellenza, e poi a Parigi e Milano. Più conosciuto all’estero che in Italia (i primi apprezzamenti del suo lavoro si devono a Guillaume Apollinaire e al New York Times), grazie a una fitta rete di contatti internazionali e rapporti personali, Bucci si dedicherà a soggetti e temi diversi, accomunati da uno stile originale e da una notevole qualità pittorica. Oltre che pittore, l’artista è anche un sensibile incisore e disegnatore, ambiti nei quali raggiunge esiti di straordinaria qualità, confermando una padronanza tecnica e una libertà espressiva non comuni. Attraverso opere celebri e nuclei meno noti, come il patrimonio fotografico e documentario, l’esposizione offre così una rilettura complessiva della sua produzione, mettendo in luce la complessità e l’attualità di una figura ancora in parte da riscoprire.

Attraverso un percorso cronologico e tematico in dieci sezioni, l’esposizione ripercorre la carriera e la vita dell’artista, dagli autoritratti giovanili alla maturità, mettendone in luce lo sviluppo cronologico e linguistico.

Le origini marchigiane e il legame con Fossombrone e Monza, terre degli affetti familiari e della formazione, influenzano la prima fase, caratterizzata da una pittura vibrante e luminosa; seguono gli anni parigini, segnati dall’influenza del Postimpressionismo, dal tema della vita moderna, dalla presenza di Juliette Maré, compagna e musa, e dalle esperienze di viaggio. La sezione dedicata alla guerra, che Bucci documentò con pitture, disegni e incisioni, introduce il rientro in Italia e la progressiva svolta verso un’attenzione ai maestri antichi che lo avvicina a Margherita Sarfatti e agli artisti con cui dà vita al gruppo di Novecento, tra paesaggi, vedute e ritratti femminili. Il percorso approfondisce inoltre la produzione grafica e l’interesse di Bucci per la rappresentazione del mondo animale, restituendo la varietà della ricerca dell’artista.

Chiude la mostra un’opera straordinaria, restaurata per l’occasione e mai esposta prima in un museo: I Maschi. Nel grande dipinto di ispirazione mitologica, un gruppo di uomini intenti alla caccia viene sopraffatto dalle Amazzoni, in una scena che allude simbolicamente al conflitto tra i sessi e rivela la fascinazione per il nudo maschile. I numerosi studi preparatori testimoniano una lunga elaborazione e permettono di seguire l’evoluzione del linguaggio dell’artista, dalla formazione parigina agli esiti più vicini a Novecento Italiano, offrendo un significativo esempio del suo metodo pittorico.

Il catalogo

La mostra è completata da un catalogo ampiamente illustrato, edito da Dario Cimorelli Editore con saggi dei curatori Avanzi e Baroni, del presidente del Mart Vittorio Sgarbi e di studiosi e storici dell’arte: Paolo Bolpagni, Luca Gregotti, Matteo Maria Mapelli ed Elena Pontiggia. Il volume presenta riproduzioni e schede di tutte le opere in mostra e apparati a cura di Luca Baroni.

Il percorso della mostra nei testi di sala

L’artista

Anselmo Bucci (Fossombrone, 1887 – Monza, 1955) è stato uno degli artisti più complessi, colti e indipendenti del Novecento italiano.

Conosciuto soprattutto come co-fondatore del gruppo di artisti promossi da Margherita Sarfatti nei primi anni Venti, Bucci rivendica precocemente la sua autonomia e si distingue per il carattere europeo della sua ricerca.

Nato a Fossombrone, nelle Marche, si forma tra il Veneto e la Lombardia negli anni delle prime Biennali veneziane, maturando una solida cultura figurativa e un’attenzione costante alle esperienze internazionali. A Parigi entra in contatto con l’arte simbolista e postimpressionista; durante il primo conflitto mondiale è pittore di guerra al fronte; dopo il rientro in Italia è tra i protagonisti del dialogo tra tradizione e modernità.

Accanto alla pittura, Bucci sviluppa un’attività incisoria di eccezionale ampiezza e qualità, in particolare nella tecnica della puntasecca, e una vasta produzione scritta che contribuisce a definirne il profilo di intellettuale europeo capace di riflettere criticamente sul proprio tempo. Uno dei tratti distintivi della sua ricerca artistica è la conoscenza degli antichi maestri, punto di riferimento costante fin dagli esordi, come dimostra l’autoritratto giovanile dipinto sopra una tela seicentesca del Padovanino.

Come molti grandi artisti prima di lui – a partire dagli amati Rembrandt e Van Gogh – Bucci ama rappresentare la propria immagine, sia in appunti veloci a grafite o a puntasecca, sia in dipinti più compiuti. Il bisogno di definire e controllare la propria immagine si estende anche alle opere altrui, come nel busto fuso in bronzo dall’amico Angelo Biancini sul quale l’artista, ormai cinquantenne, interviene ritoccando le pupille con una pennellata di bianco.

Le origini marchigiane

Bucci da Fossombrone” si firma talvolta l’artista, esprimendo il forte legame con la sua terra d’origine, le Marche. Dopo il trasferimento della famiglia in Veneto, prima a Cittadella e poi a Este e a Padova, durante le vacanze estive Anselmo torna dai nonni a Fossombrone. Le Marche diventano, così, il luogo dei ricordi e dei sogni d’infanzia: un intreccio di affetti, nostalgia e suggestioni cromatiche che l’artista rielabora in uno dei dipinti cruciali della sua giovinezza, intitolato Jeunesse, oggi noto solo attraverso fotografie e bozzetti preparatori.

Nel 1908, durante un soggiorno a Fossombrone, Bucci sperimenta la tecnica divisionista in paesaggi come La gola del Furlo e Giardino marchigiano (Orto a Fossombrone). Il ricordo delle estati trascorse nel suo paese d’origine riemerge con forza anche in uno dei capolavori dei primi anni parigini, L’Autunno. Esposta al Salon des Artistes Français del 1911, l’opera è apprezzata dalla critica e, in particolare, da Guillaume Apollinaire. In questa tela, Bucci dimostra già una grande padronanza nella rappresentazione del nudo, protagonista di una scena campestre dove trova posto, nell’angolo in basso a sinistra, anche il ritratto dell’amico pittore Adulaire. Nell’opera coesistono il gioioso caleidoscopio di colori di ascendenza postimpressionista e il legame con la pittura antica, riferimento costante per il giovane artista anche dopo il suo trasferimento in Francia. Dal 1904 al 1906, Bucci vive a Monza con la famiglia: il padre Achille, ispettore scolastico, la madre Sestilia, il fratello maggiore Giovanni, futuro scrittore, e le sorelle minori Emilia (detta la Bigia), Anna e Maria. Monza rimarrà sempre un luogo caro all’artista, che rappresenta in numerosi dipinti.

Gli anni di Parigi

Anselmo Bucci arriva a Parigi nel novembre del 1906, insieme agli amici Mario Buggelli e Leonardo Dudreville: “Avevamo, in tre, cinquantotto anni, tre valigie, un indirizzo e dodici franchi”. Nella capitale francese vivrà stabilmente otto anni ma, anche dopo il rientro in Italia e fino al 1935, manterrà là uno studio e una fitta rete di amicizie. Parigi è il luogo della sua ispirazione, maturazione e affermazione artistica. I primi anni sono difficili ma entusiasmanti. Bucci frequenta l’ambiente bohémienne de La Ruche, un pittoresco edificio che ospita numerosi studi d’artista a Montparnasse, dove incontra Gino Severini, Amedeo Modigliani, Lorenzo Viani, Pablo Picasso, Maurice Utrillo e molti altri. Si mantiene ritoccando fotografie ed eseguendo ritratti e incisioni a puntasecca. Tra queste, una serie di cinquanta lastre intitolata Paris qui bouge (Parigi in movimento), con cui traduce in bianco e nero i principi di movimento e vibrazione della luce cari all’Impressionismo. Bucci vive e lavora a Montmartre, ritraendo i locali e le piazze del celebre quartiere con una pittura vivace, talvolta caricaturale, che unisce motivi Art Nouveau e colori accesi, tipici del Postimpressionismo. La collina di Montmartre gli ispira numerose vedute dall’alto, tema centrale della sua ricerca anche dopo il rientro in Italia. Ha un’intensa relazione con Juliette Maré, che posa per lui in numerose occasioni, elegantemente vestita o esoticamente abbigliata alla giapponese, in quelle che sono tra le sue opere giovanili più intense e riuscite. Dal 1909 al 1914, l’artista compie numerosi viaggi in compagnia di amici e di Juliette che, in occasione di un soggiorno nel Sud della Francia, ritrae nell’opera Inverno in riviera. Visita anche la Sardegna, la Bretagna e l’Algeria, dove lo affascinano le tradizioni locali e l’intensità dei colori e della luce.

Un pittore al fronte

Allo scoppio della Prima guerra mondiale, Anselmo Bucci rientra in Italia ed espone a Firenze, alla Mostra degli Italiani rientrati in patria. Nel giugno del 1915 si arruola nel Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti Automobilisti, noto per il cosiddetto “plotone degli artisti” di cui fanno parte Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni, Achille Funi, Mario Sironi, Antonio Sant’Elia, Carlo Erba, Ugo Piatti e Luigi Russolo.

L’esperienza bellica costituisce per Bucci uno dei momenti esistenziali e artistici più significativi. Lontano dall’Italia da quasi un decennio e profondamente impregnato di cultura letteraria e figurativa francese, la guerra gli offre l’occasione di riconnettersi al paese d’origine, in un contesto che soddisfa la sua inclinazione all’avventura.

L’impossibilità di portare al fronte gli strumenti per dipingere spiega l’intensa produzione di disegni, soprattutto a carboncino, nei quali documenta la vita dei soldati. Durante i periodi di licenza, nello studio milanese affacciato sui binari della Stazione Centrale e condiviso con l’amico Leonardo Dudreville, questi studi diventano il punto di partenza per dipinti e incisioni che l’artista espone nelle mostre collettive dedicate ai temi bellici. L’attività di Bucci come pittore e incisore di guerra contribuisce a costruirne la fama italiana e a stabilire nuovi rapporti con galleristi e mecenati come Lino Pesaro e Achille Nardi Beltrame. Se al rientro in Italia si era presentato come artista di formazione francese, portatore delle novità d’oltralpe, il lavoro svolto durante il conflitto gli consente di affermarsi come illustratore e narratore della realtà nazionale.

L’opera grafica

Un inventario compilato da Bucci nel 1936 contava ben 6910 disegni e 417 lastre incise, oltre agli album di schizzi. Nel 1954, il catalogo delle sue incisioni redatto da Carlo Alberto Petrucci, direttore della Calcografia nazionale di Roma, registra 697 opere grafiche. Purtroppo, questo imponente corpus è oggi in gran parte disperso, con l’eccezione dei consistenti nuclei di incisioni donati dall’artista alla Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli del Comune di Milano e alla Quadreria Cesarini di Fossombrone. Quando giunge a Parigi, Bucci è già un disegnatore e illustratore di straordinario talento che intuisce le potenzialità commerciali dell’incisione a puntasecca, tecnica con cui realizza scene di vita parigina o tratte dai suoi viaggi in Normandia, Bretagna, Sardegna e Nord Africa. L’artista collabora con i principali editori parigini, che gli commissionano grandi incisioni raffiguranti i monumenti di Parigi e di Versailles. Sono anni di intensa ricerca sulle potenzialità dell’incisione a colori, la risposta di artisti e tipografi alle contemporanee sperimentazioni sulla fotografia cromatica. I fogli di Bucci, capolavori di maestria tecnica, riescono a tradurre sulla lastra le vibrazioni della pittura impressionista. In Italia, purtroppo, la grafica non dispone di un mercato altrettanto florido e la produzione incisoria di Bucci si riduce notevolmente, limitandosi a fogli di carattere personale tirati in pochi esemplari o ad alcune opere su commissione, come ritratti e illustrazioni di libri. I disegni eseguiti negli anni Venti e Trenta presentano una grande varietà di tecniche, formati e destinazioni: dal rapido appunto a matita al minuzioso cartone preparatorio, questi fogli testimoniano la statura di uno dei più talentuosi e prolifici disegnatori del primo Novecento italiano.

Dalla finestra

Nel suo Viaggio in Italia, Goethe – scrittore caro a Bucci – scrive che la prima cosa da fare arrivando in una nuova città sia salire sulla torre più elevata per osservarla dall’alto.

Consapevolmente o meno, Bucci applica questo principio nel corso di tutta la sua carriera. Sceglie, preferibilmente, abitazioni e atelier in posizione rialzata che gli garantiscono un ampio panorama. Osservare il paesaggio dall’alto diventa una delle sue occupazioni predilette, dalla quale hanno origine dipinti come Tetti di Parigi, dove neve e nebbia trasformano la veduta urbana in un grigio paesaggio dell’anima.

Il fervore edilizio che contraddistingue Milano nel primo dopo guerra rappresenta un nuovo, affascinante soggetto. Dal balcone dello studio di via Jean Jaurès, affacciato sui binari della Stazione Centrale, l’artista può osservare la campagna trasformarsi in città.

Il paesaggio urbano, studiato attraverso bozzetti spesso basati su fotografie, diventa la cornice entro cui inserire riferimenti ai drammi della contemporaneità.

L’addio raffigura una donna che sventola il fazzoletto per salutare il treno che porta le reclute al fronte. La sua figura appare compenetrata dal paesaggio, in un raro omaggio di Bucci al Futurismo. Un simile paesaggio urbano fa da sfondo al corteo funebre di un soldato caduto, in Funerali dell’eroe, mentre Funerali di un anarchico è ambientato a Roma in una cupa giornata di pioggia.

Tra le vedute di Bucci spicca Il lampo, presentato alla Biennale di Venezia del 1922. La quiete della periferia milanese è improvvisamente squarciata da un bagliore che fa impennare i cavalli e affrettare i passanti verso casa, ricordandoci come la tranquillità della vita quotidiana possa essere improvvisamente sconvolta da eventi fuori dal nostro controllo.

I ritratti

L’interesse di Bucci per il genere del ritratto risale all’infanzia, quando, a Este, osservava le raffigurazioni della borghesia locale del pittore Francesco Salvini, suo primo maestro, che “lavorava dalla fotografia e dipingeva somigliantissimo”. Non ancora ventenne, tra il 1904 e il 1906, Bucci si esercita facendo posare gli amici conosciuti a Monza e a Brera.

Dai diari parigini emerge come sia proprio l’attività di ritrattista, prima ancora della partecipazione ai Salon, a consentirgli di avviare relazioni decisive per la sua affermazione professionale. Analogamente, in Italia, Bucci punta sul ritratto per stringere legami con la borghesia milanese. Nel 1918, per esempio, esegue quello di Velia Pesaro, figlia del gallerista Lino, che diventerà il suo principale rappresentante commerciale. L’opera è affine al grande Ritratto di signora in blu, in cui Bucci ripensa il modello ottocentesco della figura intera seduta in poltrona, arricchendolo di accenti cromatici postimpressionisti. In altre opere, di forte intensità emotiva, adotta il mezzobusto frontale, simile al formato del ritratto-cartolina fotografica. Appartengono a questa tipologia Anita, il ritratto del pittore Cipriano Efisio Oppo e quello di Elena Fambri, con la quale l’artista ha un’intensa relazione all’inizio degli anni Venti.

Tra le opere di questo periodo, spicca per qualità e sensualità Rosa Rodrigo (La Bella) che riprende in chiave moderna la tradizione del “ritratto al davanzale”, di cui sono stati grandi interpreti Raffaello e Rembrandt.

Il tempo di Novecento

Anselmo Bucci è tra i fondatori del gruppo di Novecento (successivamente Novecento Italiano), sostenuto dalla critica e giornalista Margherita Sarfatti, che intendeva rifondare, dopo il “profondo rivolgimento delle avanguardie”, una tradizione dell’arte italiana basata su una “moderna classicità”.

Considerato spesso ai margini del movimento, l’artista ne dà in realtà un’interpretazione personalissima, dove convivono la sua esperienza internazionale e un autentico amore per gli antichi maestri. Di fatto, la sua fu una pittura libera, eclettica, aperta a diversi interessi, dall’incisione alla decorazione, e pertanto difficilmente riconducibile agli schemi di un movimento.

La costruzione di volumi solidi e sintetici auspicata da Sarfatti, ad esempio, convive con il persistere di suggestioni postimpressioniste, di atmosfere vibranti e scene spesso dipinte en plein air. È il caso de I Pittori, presentato alla Biennale di Venezia del 1924, vero e proprio manifesto novecentesco: Bucci si rappresenta nell’atto di affrescare le mura di una chiesa, sullo sfondo di una luminosa veduta della natia Fossombrone. L’opera è un’affermazione di quel “ritorno al mestiere” che fu una delle caratteristiche più evidenti di Novecento.

Un mestiere che si esprime anche nei tagli prospettici inediti e virtuosistici. Ne sono testimonianza opere quali Odeon, ritratto di gruppo degli amici parigini costruito su una prospettiva ellittica; I giocolieri, compagnia di saltimbanchi ripresi nell’esercizio di pose di audace complessità; La scuola, rappresentazione della classe di giovane allieve della sorella insegnante entro una rigorosa scatola prospettica.

L’abilità nella resa dei tagli prospettici è evidente anche nella rappresentazione dei corpi de Gli amanti sorpresi, trascrizione moderna del mito di Venere e Marte sorpresi da Vulcano, dove Bucci, con sottile ironia, si ritrae nell’atto di scoprire i due amanti.

Natura e animali

L’interesse di Anselmo Bucci verso il mondo animale è, innanzitutto, di carattere affettivo e personale. A Parigi adotta due cuccioli di cane lupo che ritrae in disegni e incisioni, chiamati Baloo – come l’orso del Libro della giungla – e Loute.

Tra il 1916 e il 1918 rende omaggio, con uno splendente Pavone, a un’opera di Rembrandt vista anni prima ad Amsterdam. In seguito, nel suo appartamento di Milano, ospita una tartaruga, soprannominata la Pupa, e un’oca, chiamata Gertrude in onore del personaggio dei Promessi sposi. Quest’ultima è protagonista di una delle sue tele più ironiche, Le oche del Campidoglio, in cui si prende gioco di un tema della storia romana caro alla propaganda fascista.

Verso il 1924, forse grazie all’amico pittore Ettore Cosomati, residente a Londra, Bucci entra in contatto con lo scrittore Rudyard Kipling e inizia a incidere a puntasecca le illustrazioni per il Libro della giungla. L’artista si reca al Jardin des Plantes di Parigi per studiare dal vero piante e animali esotici, che rappresenta con grande attenzione al vero e alle distinzioni tra le diverse specie. “Queste scimmie sono scimmie indiane, non le solite scimmie… dovetti andarmele a cercare per illustrare questa tavola di Kipling”, ricorda Bucci.

La suite di illustrazioni per il Libro della giungla, pubblicata in appena dieci esemplari nel 1925, è uno dei capolavori incisori di Bucci e ottiene un ampio riconoscimento internazionale: è presentata alla Biennale di Venezia del 1926 ed entra a far parte della collezione privata di Kipling.

Parallelamente a questo progetto, l’artista lavora ad altre opere di soggetto animalista, che gli forniscono l’occasione di allontanarsi dai temi tipici del gruppo Novecento. Il capolavoro di questa serie è Uscita dall’Arca, virtuosistico caleidoscopio di forme di vita animale, esposto alla Biennale di Venezia del 1928 e tradotto in incisione nello stesso anno.

Gli anni Trenta

Gli anni Trenta segnano un passaggio cruciale nella carriera di Anselmo Bucci.

Dopo la stagione parigina, la guerra e l’adesione al gruppo di Novecento, l’artista avverte il bisogno di nuovi stimoli.

L’allontanamento dal gruppo di Margherita Sarfatti, forse motivato da dissensi politici ma soprattutto dal bisogno di difendere l’autonomia della propria visione artistica, lo priva di molte commissioni pubbliche legate al regime. Bucci conduce, allora, secondo l’efficace definizione di Ugo Nebbia, una “vita anfibia francomilanese”. Divide il suo tempo tra Parigi, Milano e i viaggi sempre più frequenti in tutta Europa, da cui riporta scritti di viaggio, disegni e piccoli bozzetti su tavola.

Nel 1930 Bucci pubblica Il pittore volante, raccolta di aforismi che ottiene un grande successo e vince la prima edizione del Premio Viareggio, consolidando la sua fama come scrittore.

Nella pittura, predilige temi minori – fiori, animali, paesaggi – una scelta che viene letta dalla critica del tempo come un ritorno all’“Impressionismo”. Alla Biennale di Venezia del 1936 presenta due grandi tele sul tema del ritratto d’interni: Il violoncellista Gilberto Crepax e Il thè, dove la modella posa nuda davanti alla vetrata dello studio milanese dell’artista.

In questo periodo si intensifica il legame con il notaio di Fossombrone Giuseppe Cesarini. Pittore dilettante e raffinato collezionista, Cesarini inizia ad acquistare le sue opere e nel 1934 gli commissiona il proprio ritratto. Da questa intesa nasce il progetto di una casa-museo destinata a raccogliere il meglio della pittura italiana contemporanea. L’opera di Bucci vi occupa il posto d’onore: negli anni Quaranta e Cinquanta, anche a causa delle ristrettezze e dei danni causati dalla guerra, l’artista destina a questa collezione molte delle opere ancora in suo possesso.

Dopo la morte di Cesarini, nel 1977, la collezione passa al Comune di Fossombrone e costituisce oggi la più vasta raccolta di opere di Anselmo Bucci.

Epilogo. I Maschi

Nel 1945, l’artista seleziona per la monografia a lui dedicata dall’editore Görlich quelle che considera le sue opere più importanti, come I Pittori, Gli amanti sorpresi, Odeon e Rosa Rodrigo.

In questo volume c’è un grande assente: I Maschi, la sua tela più imponente, frutto di un lavoro di ricerca decennale.

In un articolo del 1910, il giornalista Sarti scrive che il giovane Bucci sta preparando, nello studio di Montparnasse, nuove grandiose composizioni da affiancare a L’Autunno, presentato con successo al Salon di quell’anno: “L’Autunno appartiene al genere decorativo (…) ma ha ideato di comporne altri quattro grandissimi, di cui uno è già abbozzato”. L’“abbozzo grandissimo” è, appunto, quello de I Maschi, come conferma una fotografia del 1911 che mostra l’opera accanto a L’Autunno e Inverno in riviera. La tela rappresenta la battaglia dei sessi: uomini di varie età, nudi e famelici, assaltano un gruppo di amazzoni, che si difendono con archi e frecce. I bozzetti preparatori, realizzati tra il 1910 e il 1911, hanno toni brillanti che stemperano la drammaticità del soggetto in una composizione gradevole e decorativa. Forse per le dimensioni della tela, forse per il mutare dei tempi e l’imminenza della guerra, Bucci abbandona il progetto per oltre un decennio. Nel 1920, un disegno a matita attesta un rinnovato interesse per il quadro, completamente ridipinto e modificato tra il 1921 e il 1922.

La nuova versione, più cupa e sintetica, adotta un linguaggio decisamente novecentista. Bucci pensa di esporla alla Biennale di Venezia del 1924, nella sala dei Sei pittori del Novecento, ma rinuncia a favore di opere di formato più piccolo.

L’artista la conserverà sempre, riuscendo a salvarla dalla distruzione del suo studio milanese durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale, ricordati con amara ironia nella tela intitolata Il dono americano.

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