Locandina della mostra bipersonale Nostalgia della bellezza con Gabriele Buratti Buga ed Elias Naman presso COMO LAKE HUB, Como, 5 marzo – 5 aprile 2026

Nostalgia della bellezza | COMO LAKE HUB, Como

“NOSTALGIA DELLA BELLEZZA”
Dal 5 marzo al 5 aprile 2026 il COMO LAKE HUB di Viale Masia 29 a Como ospita la galleria GALP che presenta “Nostalgia della bellezza”, mostra bipersonale di Gabriele Buratti Buga ed Elias Naman a cura di Alessandra Redaelli.

Il vernissage, a ingresso libero su prenotazione, si terrà giovedì 5 marzo dalle ore 18:00 alle ore 20:30; la mostra sarà poi visitabile dal lunedì al venerdì, dalle ore 14:30 alle ore 17:00, per tutta la durata dell’esposizione, con ulteriore apertura straordinaria sabato 07 marzo dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 14:00 alle 18:00.
Il COMO LAKE HUB nasce come visione dell’architetto Christian Longa, fondatore di Architetto Vision, che ha scelto di trasformare la propria casa-studio in un luogo di apertura e restituzione alla città.
Non solo uno spazio espositivo, ma un organismo vivo, un “palazzo parlante” capace di dialogare con il contesto urbano e con la comunità che lo attraversa. In questa prospettiva, Viale Masia 29 diventa una soglia: tra pubblico e privato, tra progettazione e sperimentazione, tra architettura e arti visive. L’idea è quella di un ambiente che non si limita a contenere opere, ma che si offre come piattaforma relazionale, generativa, dove la cultura è esperienza condivisa e occasione di confronto. L’apertura della casa dell’architetto si traduce così in un gesto simbolico e concreto insieme: restituire alla collettività uno spazio di pensiero, di visione e di bellezza, in cui le arti possano intrecciarsi con il tessuto sociale del territorio.
È in questo scenario che si inserisce “Nostalgia della bellezza”, titolo che racchiude la tensione poetica della mostra e ne orienta la lettura. La giustapposizione tra la pittura di Gabriele Buratti Buga e la scultura di Elias Naman costruisce un dialogo serrato tra superficie e volume, tra vibrazione cromatica e materia plasmata, tra memoria e presenza.
Buga sviluppa una ricerca pittorica che attraversa il paesaggio interiore e quello naturale, evocando atmosfere sospese, frammenti di luce e stratificazioni emotive che interrogano lo sguardo contemporaneo. La sua pittura non descrive, ma suggerisce; non impone, ma invita a sostare. In queste tele la bellezza appare come eco lontana, come traccia da ricomporre, come tensione verso un’armonia possibile.
Elias Naman, scultore, lavora invece sulla fisicità della materia, esplorando il rapporto tra forma e gesto, tra peso e leggerezza. Le sue opere si configurano come presenze intense, capaci di abitare lo spazio con forza silenziosa.
In occasione del vernissage del 5 marzo, Naman realizzerà una performance live di scultura, momento culminante e processuale dell’esposizione: il pubblico potrà assistere alla nascita dell’opera, seguendo le fasi di modellazione e trasformazione della materia in tempo reale. La performance, cifra distintiva della sua pratica artistica, mette in evidenza il valore del fare, l’energia del gesto creativo e la dimensione rituale dell’atto scultoreo, rafforzando il dialogo tra artista, opera e spettatore.
“Nostalgia della bellezza” diventa così un campo di tensione tra due linguaggi che si osservano e si completano. La pittura di Buga apre spazi di contemplazione, la scultura di Naman li attraversa e li struttura. Insieme, le opere costruiscono un percorso che interroga il significato stesso della bellezza oggi: non come ideale astratto o decorativo, ma come esperienza necessaria, come desiderio di senso, come memoria condivisa che chiede di essere rinnovata. La nostalgia evocata dal titolo non è rimpianto sterile, bensì slancio verso una possibilità: ritrovare nella pratica artistica un luogo di autenticità, di profondità e di relazione.
Con questa mostra, il COMO LAKE HUB conferma la propria vocazione a essere spazio di sperimentazione e di dialogo interdisciplinare, in cui architettura, arte e comunità si incontrano. Un “palazzo parlante” che, attraverso le opere di Buratti Buga e Naman, continua a raccontare storie di visione e di bellezza, restituendo alla città di Como un’esperienza culturale intensa e partecipata.
Gli appuntamenti del mese di marzo non si fermano qui: il 21/03 è in programma la presentazione ufficiale di un’altra visione di Architetto Vision; il progetto sociale Olimpiadi a Fiamma Spenta un mind-set sulla riscoperta di valori ed emozioni a conclusione dei giochi; nel corso della presentazione, sempre in collaborazione con la galleria GALP, saranno presentate le opere di Silvia di Pasquale “Vibrazioni Olimpiche”. L’opera della di Pasquale short track è entrata permanentemente nel patrimonio di Cortina insieme alla versione in esterno di un’altra opera: La grande S, dedicata alla memoria di Franco Dompè. Copia dell’opera è stata presentata a Palazzo Castiglioni a Milano negli spazi messi a disposizione dalla Confcommercio, grazie alla Fondazione Dompè, in occasione della mostra multidisciplinare: Oltre il podio: scatti, storia e arte.
L’appuntamento del 21 di marzo sarà poi il primo di una programmazione articolato della Casa dell’architetto nel palazzo parlante la terza settimana di ogni mese.
Per informazioni:
COMO LAKE HUB
Viale Masia 29, Como CO
e-mail: comolakehub@ntm-group.it

Instagram: @comolakehub.
Prenotazione evento del 05-mar: comolakehub@ntm-group.it
Galleria GALP
sede di Olgiate Comasco
Piazza Italia, Olgiate Comasco CO
e-mail: info@galleria-galp.it
https://www.galleria-galp.it/
Tel. +39 031 944 063
WhatsApp. +39 331 1166643
Galleria GALP
sede di Cernobbio
Via Regina, 18 Cernobbio CO
e-mail: cernobbio@galleri

Il concetto di una esibizione
Nostalgia della bellezza prende forma come un’indagine profonda e appassionata sul senso, l’urgenza e la funzione stessa della bellezza nella contemporaneità. La mostra che vede dialogare le opere del pittore Gabriele Buratti, noto come Buga, e dello scultore Elias Naman non è un semplice accostamento di linguaggi, ma un incontro di coscienze artistiche che converge su una domanda cruciale: cosa significa oggi, nel cuore di un’epoca contraddistinta da accelerazione, crisi ambientali e fratture sociali, avvertire la nostalgia della bellezza? Questo sentimento non è riducibile a un rimpianto retorico per un passato idealizzato, ma diventa un motore vitale di riflessione e rigenerazione estetica ed etica. La bellezza non è qui un ornamento, ma un’urgenza: un richiamo per ritrovare un rapporto autentico con il mondo, la natura e noi stessi, superando l’indifferenza e la desensibilizzazione che caratterizzano la cultura odierna.
Nel lavoro di Buga la pittura non si limita a raffigurare la realtà; la trasfigura, la sospende e la interroga. I suoi paesaggi non sono meri sfondi, ma ambienti emotivi dove la natura appare sacra e ferita, simbolo di un equilibrio spezzato ma anche di una possibile rinascita. Animali maestosi come alci, cervi o rapaci emergono in atmosfere sospese, osservando città statiche o spazi umani desolati come se fossero archetipi di un’armonia dimenticata. Il supporto stesso delle sue opere — spesso tavole di legno segnate dalla storia — diventa testimonianza della relazione tra uomo e natura, tra costruito e incontaminato. In questi quadri la superficie pittorica parla un linguaggio che accoglie le cicatrici del tempo, mostrando come la bellezza si manifesti tanto nella forza della forma quanto nella delicatezza dell’imperfezione, nell’equilibrio tra luce e ombra.
Al contrario, la scultura di Elias Naman si radica nella materia stessa, nel marmo di Carrara, lavorato al ritmo lento e rigoroso del martello e dello scalpello. La sua pratica non è mai sterile esibizione tecnica: è un dialogo poetico tra uomo e pietra, un processo in cui l’opera emerge lentamente,
quasi come se fosse stata sempre lì, latente nella massa primordiale della roccia. Per Naman il marmo non è un semplice materiale da modellare, ma compagno di un viaggio dove ogni colpo di scalpello rievoca l’eredità di antichi maestri e allo stesso tempo afferma una visione profondamente contemporanea. Le sue forme, spesso sinuose e cariche di tensione, celebrano il dualismo e la fragilità insita nella condizione umana, custodendo nelle superfici levigate e nei frammenti di pietra una verità che sfugge alla ripetizione mimetica della natura, prediligendo invece la risonanza emotiva.
La mostra assume così una portata simbolica e rituale: due poetiche, due materiali, due gesti artistici che si confrontano e si rispondono, contribuendo a fare della nostalgia della bellezza non un mero sentimento, ma un progetto di consapevolezza estetica e civica. In questo spazio di tensione e dialogo, la bellezza diventa esperienza che attraversa la memoria e proietta verso il futuro, tra materia e spirito, visione e azione.
La performance live di scultura che Elias Naman proporrà il 5 marzo, in occasione del vernissage, è al centro di questa riflessione performativa e simbolica. Il gesto di scolpire in pubblico — di trasformare un blocco di marmo grezzo in forma espressiva sotto gli occhi degli spettatori — richiama antiche liturgie artistiche, ma si carica di nuove valenze quando si confronta con il mondo contemporaneo. Lavorare il marmo con martello e scalpello nella dimensione aperta di uno spazio espositivo è un atto di restituzione: restituisce allo spettatore non solo un’opera finita, ma l’esperienza del processo stesso, il suono ritmico degli strumenti, la polvere che si solleva, l’energia fisica dell’artista in dialogo con la materia. Tale gesto è evocativo di quelle immagini di maestri che sembrano fondersi con la pietra, figure archetipiche di creatori che plasmano la forma dall’essenza grezza, incarnando un’idea di arte che è fatica, presenza e rivelazione.
Questa performance è un atto di condivisione: chi assiste non è semplice osservatore, ma partecipe di una trasformazione che avviene in tempo reale. È il richiamo a una dimensione di esperienza artistica totale, in cui la bellezza non è passiva contemplazione, ma soglia di incontro, rapporto diretto con la materia e con l’intenzionalità del gesto. La pietra, sotto i colpi della mano che modella, rivela strati di significato che prima restavano nascosti: emerge la forma, sì, ma anche una verità profonda sulla relazione tra essere umano e mondo. In questo “Michelangelo pop” — per usare un’espressione che richiama il mito della creazione ma lo proietta in chiave contemporanea — si celebra un patto tra artista, materia e spettatore, un patto di autenticità e di bellezza svelata.
In sintesi, la proposta poetica di Buga si fonda su una pittura che è meditazione e testimonianza, capace di evocare orizzonti interiori e legami con la natura e il tempo. Le sue superfici raccontano storie di equilibrio e frattura, di luce e ombra, come mappe emotive di un mondo che chiede rispetto e cura. La sua arte è ponte tra l’io e l’altro, tra l’esperienza individuale e l’urgenza collettiva di preservare ciò che di sacro ancora ci resta.
La ricerca di Naman, invece, è un’immersione nella sostanza stessa della forma, un percorso dove l’atto di scolpire è gesto di rivelazione e liberazione. Le sue opere, plasmate da un confronto intimo con il marmo, incarnano tensioni, dualismi e visioni che invitano lo spettatore a una relazione profonda con ciò che è segnato dalla vita e dal tempo. La sua scultura non nasconde la ferita, ma la custodisce come luogo di verità, offrendo una bellezza che non teme la vulnerabilità, anzi la celebra.
In questo dialogo fertile tra pittura e scultura, tra superficie e volume, tra percezione e gesto, “Nostalgia della bellezza” diventa non solo un tema, ma una pratica di apprendimento estetico ed etico: un invito a guardare, a sentire e a vivere la bellezza come esperienza che rinnova la visione del mondo.

Gabriele Buratti, Elias Naman – a cura di Alessandra Redaelli
Un alce solitario, sperduto, come se fosse l’ultimo esemplare della sua specie, osserva smarrito un panorama spettrale di edifici fatiscenti, apparentemente smangiati da una sorta di tarlo, talmente immensi da aver ridotto quella bestia imponente a un piccolo comprimario sulla scena. Tutto è invaso da un grigio cinereo, ruvido, che sembra intasare i polmoni e impedire il respiro. Una sensazione tattile che si avverte nitida, esattamente come il silenzio opprimente che rimbomba sul paesaggio.
Più in là un torso femminile acefalo, smezzato, una spaccatura proprio in corrispondenza del pube, sembra narrarci storie di un passato remoto: ritrovamento archeologico di un’era lontanissima come l’età dell’oro. Eppure, la levigatezza della pelle, la curva sensuale dell’ombelico e la forma ostentata del capezzolo suggeriscono una modernità assoluta, la contemporaneità di uno scatto di Helmut Newton; e poi c’è quel motivo geometrico, sopra, che ribalta di colpo la lettura e insinua il dubbio che dentro, in realtà, sopravviva qualcosa che era già esistito prima, una seconda narrazione di cui non riusciamo a decifrare i dettagli.
Gabriele Buratti ed Elias Naman ci raccontano – con mezzi diversi e con voci apparentemente lontanissime – la stessa storia: una storia di nostalgia. Per la natura, quella selvaggia e indomabile che non si lascia conservare in un vaso o dentro una gabbia, ma che regola, nel suo perfetto e spietato ordine, il senso stesso del pianeta che abitiamo; e per l’umanità così come la intendevano gli antichi: quel privilegio di essere creature pensanti, capaci di contenere nella bellezza del corpo la saggezza di un’anima portatrice di equilibrio, attenzione e cura nel rispetto dell’armonia universale. Natura e uomo, del resto, sono sostanzialmente la stessa cosa, purché l’uomo si faccia interprete di quello che lo circonda e non ne diventi l’avversario.
Milanese uno, siriano l’altro, il pittore e lo scultore sono entrambi impegnati nella salvaguardia dell’ambiente: il primo ha sostenuto battaglie per la difesa di animali in via di estinzione (il rinoceronte in particolare), fa parte di un gruppo che si oppone all’erosione delle Alpi Apuane e utilizza come supporto alla pittura tavole di recupero, che poi inchioda su listelli di legno per dare loro spessore; l’altro, innamorato del marmo da quando, ragazzo, arrivò per la prima volta in Italia e vide Michelangelo e Bernini, ha deciso di usare per le proprie sculture soltanto pezzi di scarto, perché il tesoro delle montagne non venga ulteriormente sfruttato. Rispetto, cura, attenzione: questo raccontano le loro vite così come la loro arte.
Cupo nelle tinte, ruvido nella texture, grandioso nelle scene che ci spalanca davanti con i suoi dipinti, Buratti è quello che ci richiede lo sforzo dell’immaginazione per addentrarci nelle sue narrazioni postapocalittiche; levigato, sensuale, sinuoso, luminoso nel candore della materia, Naman invece ci lascia scorgere la luce di quel Rinascimento che il rispetto per la natura predicato dal collega potrebbe rendere possibile. Perché è proprio del Rinascimento mettere in luce l’uomo e la bellezza del
creato. E se per Michelangelo e Leonardo la grandiosità al centro della quale l’uomo splendeva era quella di Dio, per gli artisti di oggi quella centralità è piuttosto la perfezione dell’Universo, sistema impeccabile in cui tutto si collega purché non se ne turbi l’armonia. Due artisti, dunque, intenzionati a sollevare il velo che ci impedisce di accedere alla verità, decostruendo l’illusione di ordine nella quale ci siamo accomodati e mostrandoci le imperfezioni, i cortocircuiti, le crepe per poi trasformarle in consapevolezza e salvezza.
Nella pittura di Buratti l’incombere di una civiltà disarmonica, impositiva e omologante trova voce nel ricorrere di sequenze numeriche stampigliate sui cieli plumbei – talvolta di codici a barre – a ricordarci che ben poco ci resterà di spontaneo e autentico finché ci ostineremo a schiacciare la natura cercando di domarla. E al tempo stesso, i suoi scorci più struggenti, da day after, già suggeriscono nella terra brulla che si è fatta spazio alla base degli edifici, così come nella vegetazione che sembra invadere certi scorci metropolitani, che alla fine, se non avremo cura ed equilibrio, sarà lei, la natura, a vincere, a riprendersi ogni cosa, a ridisegnare un futuro possibile. Accade in Luogo selvaggio, dove il cervo solitario pascola su uno spettrale skyline newyorkese oramai svuotato dalle figure umane, così come in Procuratore distrettuale, dove la tigre pare essere rimasta l’unica padrona di una città invasa dai fumi e dalle nebbie. E anche in White pass, dove il rapace sorvola un
orizzonte metropolitano tetro come un cimitero.
Partendo da una stesura uniforme di grigio, Buratti procede in parallelo con la creazione dell’immagine e con la resa materica della superficie, alternando disegno e pittura precisissimi a una costante negazione della perfezione attraverso smerigliature con la carta vetrata e cancellazioni con la trementina, che talvolta arrivano a rivelare le venature del legno alla base. Il risultato è un costante cortocircuito tra dato naturalistico e tentazione astratta, dettaglio anatomico e schizzo, macchia, nebbia, colatura. Una texture scabra e affascinante che in pezzi come Torre di controllo – uno dei pochissimi paesaggi senza animali – ricorda il gesto ruvido di Anselm Kiefer e le atmosfere della pittura nordica del XIX secolo.
Anche quando la natura appare intatta – come nel caso del cervo affacciato sulle rapide di un fiume impetuoso o della lepre candida che emerge da un paesaggio invernale – resta sottotraccia una vibrazione inquieta, veicolata dal cielo gravido di nuvole e da quelle sequenze numeriche ossessive. E perfino un altro cervo, quello che affiora dal lago come un re trionfante tra le trasparenze di un’acqua attraversata da mobili lame di luce, pare celare un rimprovero nello sguardo. Mentre il nostro cervello resta sospeso, in bilico tra lo stupore di tutta quella bellezza e la memoria retinica dei disastri ambientali ai quali oramai periodicamente siamo costretti ad assistere.
Tra alci, lepri, iene, lupi solitari, rinoceronti, fiere e rapaci, chiamati a rammentarci che alla fine noi e loro siamo la stessa cosa e che “natura” è un termine che ci accomuna tutti, domina nella pittura di Buratti il cervo, simbolo di saggezza, maestoso con quella corona imponente e proprio in virtù di quella considerato tramite tra la terra e il cielo, tra ciò che vediamo e tutto quello che sta sopra di noi. Ce n’è uno in particolare, in mostra, che ci incanta nella sua quasi invisibilità al centro di una fuga prospettica di alberi sproporzionatamente alti, proprio come se toccassero il cielo (La città celeste). E poi, quando siamo penetrati nel dipinto abbastanza a fondo da leggerne la forma, ci rendiamo conto che quello è il fantasma di una bestia lontana, estinta, antenato – con le corna come due semplici parentesi – dei cervi che conosciamo e un tempo immortalato dai nostri antenati nelle grotte rimaste a testimoniare un mondo perduto.
Ancora al passato – sebbene non lontano come l’arte preistorica – ci richiama la scultura di Elias Naman. È il tempo felice dell’arte che noi oggi definiamo classica, attribuendole così la chiave e il principio assoluto della bellezza. Il corpo che i nostri occhi oggi considerano attraente proviene da lì, da quel canone che un artista, Policleto, stabilì 2.500 anni fa, realizzando in marmo una figura maschile con un braccio e una gamba piegati, ben appoggiata sull’altra gamba e con la testa leggermente rivolta di lato: il Doriforo. La proporzione tra le sue membra, la muscolatura delle sue spalle, quel petto e la lunghezza degli arti sono rimasti intatti come riferimento assoluto, mai messi in discussione né dagli studi anatomici di Leonardo, né dalla mano di Raffaello e nemmeno dagli artisti che sono arrivati dopo e che hanno continuato a considerarli inconfutabili. È a quel passato di armoniosa perfezione che si rivolge Naman. Il suo lavoro, tuttavia, non lo acquisisce come dato, ma lo ripensa, lo spezza, lo rende disturbante, costringendoci a interrogarci.
I suoi soggetti sono figure femminili, per la maggior parte, e trovano le loro radici formali non tanto nella statuaria classica – dove le dee condividevano la muscolatura guerriera degli uomini – quanto piuttosto nelle Veneri di Giorgione e di Tiziano: languide, morbide e offerte alla carezza. E quando le affianca ai torsi maschili è interessante notare come si curi di differenziare non solo le forme, ma proprio l’epidermide, che nelle prime appare setosa mentre nelle altre è scabra e ruvida. Il seno alto e pieno, la vita sottile, il ventre piatto e la curva perfetta dei glutei sono gli indizi che l’artista ci lascia perché noi possiamo decrittare senza dubbio queste figure come contemporanee, figlie di un’estetica di corpi che non si modellano con l’arte della guerra ma che forse piuttosto hanno abitato le palestre. Mai fisse e frontali, ma sempre dinamiche, movimentate da una torsione danzante fino a raggiungere talvolta la curvatura perfetta di un semicerchio per seguire la forma del frammento scelto per accoglierle.
Già, il frammento. Quando nei primi anni Duemila Naman arriva in Italia dalla Siria per studiare all’Accademia di Belle Arti di Carrara e poi si trova, per una serie di circostanze, a trascorrere diverse settimane a Roma, non si immagina che un giorno sceglierà l’essenzialità del frammento di recupero come materia prima. Con gli occhi pieni di meraviglia si incanta davanti a Michelangelo e a Bernini, alla magia del blocco di marmo che diventa vita fino al muscolo palpitante di un dito, fino alla lacrima che scorre lieve sulla guancia di Dafne. Ciò che vuole imparare, in quel momento, è sostanzialmente come loro, i grandi maestri, abbiano potuto realizzare quei capolavori con i mezzi dell’epoca. In un panorama artistico che sta cominciando ad affidarsi alle tecnologie per ottenere dal marmo sinuosità e dettagli, raffinatezze e trompe-l’oeil capaci di farlo apparire tutt’altro materiale, lui decide che gli basteranno martello e scalpello ed è usando esclusivamente quelli – e le sue mani – che affina la propria tecnica. La scelta del corpo femminile è quasi automatica: non solo perché incarna per lui il massimo livello della bellezza, ma anche perché è in grado come pochi altri soggetti di esprimere emozioni e sentimenti. La decisione però di affidarsi ai frammenti di scarto arriva in un secondo momento, quando da un lato si rende conto che la figura intera gli sembra dica troppo, racconti troppo, e non lasci abbastanza mistero all’immaginazione dello spettatore, e dall’altro capisce che ridando vita a materiali di scarto o che nessuno utilizzerebbe compie un gesto virtuoso nei confronti delle montagne e più in generale del pianeta.
L’unicità della sua poetica trova così la strada, dando vita a una serie di personaggi che sembrano resti di un’archeologia misteriosa e che ci lasciano a interrogarci su ciò che manca, su tutto quello che non ci è dato vedere. Figure realizzate di slancio, senza un disegno né un bozzetto e nemmeno una modella davanti, lasciando che siano le mani a costruire curva dopo curva, seguendo l’immaginazione e la memoria, quelle presenze lievi. Visi di cui ci è concesso di cogliere il sorriso enigmatico, ma non gli occhi; frammenti di volti misteriosi come maschere; mani allungate a coprire il pube e sguardi negati in un gesto che è al tempo stesso seduzione e ritrosia; corpi potenti e fragili, gelidi e palpitanti di vita, figli di un destino imperscrutabile. Qualche volta capita che l’artista enfatizzi una spaccatura e vi lasci colare dentro un colore rosso sangue. E se il senso è quello di un’umanità spezzata e sfaccettata, mai univoca nelle sue scelte, disorientata e smarrita, il pensiero di chi guarda corre alla tecnica giapponese del kintsugi, quella che ripara le ceramiche evidenziandone le ferite.
Perché solo la bellezza, alla fine, quella della natura che dobbiamo reimparare a rispettare e quella incontaminata del nostro corpo in armonia col mondo, sarà in grado di medicare le ferite e di farci più forti e consapevoli