Serena Fineschi  – ChorAsis – Prato

Serena Fineschi è l’artista  invitata dal progetto espositivo ChorAsis per il suo sesto appuntamento  nei giardini della villa Rospigliosi di Prato. Qui i cinque interventi site-specific  mettono in campo media e materiali diversi, una riflessione che indaga sulla nostra esistenza, ancora un nuovo confronto con la storia, il monumento, la realtà contemporanea e la nostra capacità di attraversarla con sincerità ed una ironia talvolta disturbante ma che aiuta a prendere coraggio per stare al mondo. 
 
Serena Fineschi 
IT’S TIME (è giunto il tempo)
a cura di Riccardo Farinelli
 
Il titolo è perentorio (It’s time) e non lascia adito a dubbi. È giunto il tempo. Ed io tremo, di gioia e di sgomento. È una riflessione sul contemporaneo partendo dal sentire individuale, tematica già affrontata da Serena Fineschi, declinata qui in una ambivalenza che ha il sapore dell’ineluttabile, tra ansietà e speranza. Il desiderio di sincerità è avvertito come di primaria importanza: senza di quella, priva di ogni furbesco nascondimento, non sarà possibile fare davvero quanto necessario. È una chiamata definitiva e senza appello, che non ammette le mezze misure.
 
1 – Viva questo mondo di merda (pink)
Visibile già da lontano, sembra una frase un po’ colorita, una invettiva da toscanaccio. Invece no. La frase è scritta con il neon, il che presuppone una visibilità da pubblicità urbana. In cosa è diversa dai vari bar, pub, negozi che incontriamo a decine per le vie della città?
Non è ammiccante, non reclamizza niente se non se stessa e, dopo tutto, è scritta con lettere assai sobrie: una frase a filo in semplici caratteri maiuscoli. Leggendola però non si resta indifferenti, perché esprime un sentire ambivalente nel quale ci possiamo riconoscere: da una parte una esclamazione positiva, entusiasta; dall’altra un giudizio negativo, veemente. Lascia una strana allegria la quale, dopo tutto, ha il sapore agro-dolce della speranza. È come se l’artista, con i capelli nel vento, andasse gridandola a piena gola, novella baccante, generatrice e distruttrice nel medesimo tempo, sibilla e veggente. E la frase, dalla torretta della villa, brilla nella notte, vestita di rosa.
 
2 – Take yourchoice (landscape)
Bello vedere, oltre la soglia, tutto quel verde. Così intenso, così luminoso, così vero. È bello vedere, oltre la soglia, tutto quel verde, così inaspettato dentro lo spazio della rimessa, illuminato dalla luce che dal lucernario piomba dall’alto. Bello da vedere, inaspettato, rassicurante. Finalmente il controllo totale. La natura, negli spazi che le sono assegnati, cresce felice, come testimoniato da quel bel verde. Vorrei non vedere che in realtà sono elastici, migliaia di elastici distesi a comporre un tappeto compatto tutto verde. Ma c’è un odore che sale a spirale e aggredisce le narici. E non di erba ma di gomma, sgradevole, quasi quasi, beh si, puzzolente. Di nuovo una carezza e un ceffone. Viene a mente Joseph Beuys e il suo impegno ecologista. Ma non siamo più in quegli anni, adesso il tempo è stretto e le metafore di Serena Fineschi si fanno più stringenti. Con ancora quell’olezzo nelle narici, volgo lo sguardo fuori, vedo il prato con qualche margherita, la brezza che ne piega la cima e, devo riconoscerlo, il colore è diverso. E l’odore è diverso. Così, in questo serrato confronto, prende peso il titolo dell’opera: Take your choice, fai la tua scelta.
 
3 – It’s time to come clean (è il tempo di confessare)
Un dito indice puntato in avanti sostituisce lo gnomone della meridiana. Pare suggerire implacabilmente una precisa direzione, mentre l’ombra del tempo si sposta. Barra a dritta, qualunque sia l’ora o il giorno. Il dito indice è quello dell’artista, palesandone così il desiderio di essere considerata presente, non separata dalla realtà che racconta; atteggiamento questo comune a molti artisti, contemporanei come del passato. Viene a mente Caravaggio ne La cattura di Cristo o la famosa performance di Marina Abramovic L’artista c’è. Mentre però in quel caso la presenza dell’artista è una testimonianza empatica, quasi materna, qui Serena Fineschi come per contrasto indica perentoriamente una via e, scandendo il tempo, ricorda l’urgenza e la necessità di prendersi cura del nostro stare al mondo, compiendo quotidianamente piccoli atti di coraggio.
 
4 – Popular Car (About Decadence)
In mezzo al prato, sullo sfondo della villa settecentesca, spicca una Fiat Panda completamente dorata, cartolina straniante e incongrua di un recente passato. Un passato che pesa sul presente, con i suoi sogni effimeri di riscatto, dove si è voluto credere che il lavoro individuale, perennemente in crescita, avrebbe assicurato il benessere in un mondo improvvisamente meccanico, futuristicamente portatore di felicità. La decadenza è frutto della superficialità, di una visione acritica che ci costringe a reiterare gesti vuoti di senso, come  la miriade di chewing-gum masticati che costellano la carrozzeria e che ne rappresentano fisicamente l’emblema. Scrive l’artista: “mastichiamo, divoriamo a bocca piena e poi sputiamo senza digerire nulla, in modo che anche le nostre feci divengano trascurabili, prive di odore e rassicuranti. In fondo chi non vorrebbe vivere in un mondo tutto nuovo, superficiale ma protetto, dorato”. In questo contesto la Fiat Panda ha la forza di un totem nel quale si è invitati a riconoscerci e meditare per poter, infine, trovare lo slancio vitale per un reale riscatto.
 
5 – The Helpers
Nel geometrico silenzio del giardino all’italiana, in alto fanno mostra di sé cinque rossi cerchi al neon. L’arte contemporanea ci ha abituati a questo materiale e i molti artisti che ne hanno fatto uso hanno probabilmente origine nel concettuale di Kosuth e di Stella. Ma l’oggettività evocata in quelle occasioni non è qui presente, se non nella constatazione di una necessaria presenza nel momento in cui le contraddizioni si fanno più feroci e laceranti. Così appaiono, nella sera ormai prossima, gli Aiutanti nello spazio quadrato, profumato di rose e di limoni. E potrei dire che una silenziosa invocazione vibra nell’aria: in tanto furore, in tanta energia dispersa e con difficoltà un po’ recuperata datemi, si datemi, un aiuto, un luogo piccolo e profumato dove riposare le ossa al sicuro, per un po’, da tutto quel vociare, da quelle ferite mai sanate, da quegli scontri dopo tutto sterili, estenuanti, faticosi. Datemi la vostra presenza, che sia alta e amorevole, sorridente nei buoi che non fa paura, rotonda luce, energia rossa per gioco e per vitalità. E così sia.
 
Riccardo Farinelli
 

Serena Fineschi è nata a Siena e vive e lavora a Siena e a Bruxelles.
Si è formata all’Istituto Statale d’Arte di Siena, proseguendo gli studi in progettazione grafica  e in Storia dell’arte contemporanea presso l’Università degli Studi di Siena.
Nel suo lavoro il corpo è la dimensione, la misura che lo determina, energia naturale e creazione umana. Il lavoro di Fineschi è estensione carnale, il corpo dona e riceve valicando i processi e i meccanismi tradizionali della performance. Da sempre sensibile alla ricerca e allo studio della storia della pittura, Fineschi la ribalta, riflette e ripropone con materiali desueti o di scarto, tipici della nostra società di consumo. Ogni suo lavoro è una sorta di procedura alchemica, dove la materia interagisce con il corpo dell’artista, quasi un invito a vivere l’esperienza della carne, della mente e l’epoca in cui viviamo, in piena consapevolezza della nostra evoluzione. Le trame formali del suo lavoro si distendono e comprimono di continuo, producendo fessure euforicamente tragiche, luoghi di transito che confidano nuove riflessioni ed esperienze tangibili, intime e sociali.
Il suo lavoro è stato presentato in numerose sedi pubbliche e private in Italia e all’estero tra cui: il MANA Contemporary a Jersey City (NJ, USA), il Musées Royaux de Beaux-Arts de Belgique, Old Masters Museum a Bruxelles (B), l’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles (B), il Bozar, Centre for Fine Arts di Bruxelles (B), la collezione Frédéric de Goldschmidt, la FondationThalie, Officina asbl a Bruxelles (B), il Museo Centre de la Gravure et de l’Image imprimée, La Louvière (B), Belgio; il Museo di Arte Moderna e Contemporanea Raffaele de Grada di San Gimignano, il Complesso Museale SMS Santa Maria della Scala di Siena, il Centro d’Arte Contemporanea Palazzo delle Papesse a Siena, le Corderie dell’Arsenale a Venezia (in occasione della Biennale di Architettura), “BorderCrossing” per la Biennale Manifesta12 a Palermo, BienNolo – Biennale di arte contemporanea indipendente a Milano, Casa Masaccio Arte Contemporanea a San Giovanni Valdarno, la Fondazione Palazzo Magnani, Palazzo da Mosto a Reggio Emilia, l’Ospedaletto Contemporaneo, Complesso dell’Ospedaletto a Venezia, Palazzo Monti a Brescia, in Italia.
Con Elena El Asmar, Marco Andrea Magni e Luca Pancrazzi è tra i fondatori di Grand Hotel, un luogo in movimento che ospita, raccoglie, accoglie e colleziona forme di passaggio provenienti dalle menti e dagli studi degli artisti e che compie viaggi in spazi istituzionali e indipendenti dal 2014. Nel 2016 ha ideato Caveau, una cassaforte incassata nelle mura medioevali della città di Siena che ospita idee. Insieme ad Alessandro Scarabello e Laura Viale, nel 2018 ha fondato MODO, associazione culturale per la promozione del contemporaneo, con sede a Bruxelles (B).