Stefano Mariani – Il Melograno Art Gallery – Livorno

Stefano Mariani e alcune opere in mostra a Livorno da sabato 11 marzo

Vernissage ore 18

Laureato in Architettura a Venezia nel 1983, Stefano Mariani ha compiuto esperienze di progettazione nei campi di allestimento espositivo, arredo urbano e comunicazione visiva collaborando con aziende di rilevo locali e nazionali. Si è specializzato nella grafica editoriale, istituzionale e pubblicitaria creando l’identità aziendale per committenti pubblici e privati dal 1996 a oggi.

Dal 1991 al 1998 ha insegnato pittura e trompe-l’oeil presso la l’Accademia di Arti Visive di Cividale del Friuli.

Dal 1992 è stato titolare della cattedra di Progettazione di Architettura e Ambiente al Liceo Artistico Guggenheim di Venezia specializzandosi, dal 2010, nell’insegnamento delle Discipline Audiovisive e Multimediali.

Dal 1980 ha avviato una ricerca artistica attraverso la quale interpreta soggetti urbani e luoghi di archeologia industriale.

Espone dal 1990 in gallerie italiane e ha partecipato a Fiere d’Arte in Italia e all’estero.

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LA CODA DELL’OCCHIO

I soggetti globalizzati del XXI secolo sono posseduti da una fame insaziabile di immagini. Se ne producono e consumano una quantità infinita. Questo comportamento può arrivare a far perdere il controllo e sfociare in quel fenomeno bulimico che viene definito overload images.

Il bisogno di possesso, un tempo riservato ai pochi ricchi, oggi coinvolge democraticamente tutti. Regole compositive rispettate o trasgredite nelle inquadrature fotografiche hanno sicuramente reso l’occhio più attento, grazie anche a sofisticati dispositivi divenuti strumenti per imporre la nostra esistenza al mondo.

Attraverso le macchine diventiamo padroni o burattinai non della dimensione interna, o anima, bensì di quella esterna che definiamo immagine o apparenza. L’esibizione di questa  esteriorità può finire fuori controllo ed arrivare a colonizzarci interiormente e così, incatenati allo specchio quanto Dorian Gray al proprio ritratto, vediamo la nostra immagine non più nostra.

Rispecchiandoci non ci riconosciamo più poiché manca di verità ma vive soltanto di una passeggera e rapida emozione.

In sé l’estrema facilità di scattare e riprodurre immagini, resa sempre più agevole dalla tecnica, ha sicuramente innumerevoli benefici ma l’infinita riproducibilità espone al rischio di cedere alla tentazione di un uso disonesto o sensazionalistico, comunque distorto.

E poi c’è il mondo parallelo dell’opera unica, dell’opera pittorica, di quel mondo che condivide con la civiltà dell’immagine foto-video-grafica messaggi, intenti, concetti. Le parti si interscambiano nei due mondi, possono vivere in simbiosi e attrarsi o respingersi a vicenda.

La pittura tuttavia non può essere usata per mentire, a differenza della fotografia anche quando questa è vera. La pittura cerca di rivolgersi allo spirito e non esonera da un lavoro psichico. Proietta lo spettatore in uno spazio intimo così come fa la Poesia perla Letteratura.
Ciascun operatore-artista utilizza metodi, strumenti e soggetti propri, come un marchio di fabbrica.

I miei soggetti sono gli ambienti evocati da scenari universalmente noti. Sono i luoghi dove la città si diluisce in frange dal profilo rarefatto, luoghi ibridi dove avvengono transiti e mai soste. Luoghi che vediamo senza attenzione, familiari e altempo stesso estranei.

Il nostro cervello vede, guarda, scruta ciò che l’occhio capta e trasmette. Le informazioni sono registrate dalla zona centrale preposta alla visione, quella che nel linguaggio tecnico si chiama area retinica, quella del campo visivo in cui ogni cosa viene messa a fuoco chiaramente. Qui risiedono le informazioni più importanti come la direzione, il movimento, il tempo. Più in là si trova la cosiddetta visione periferica, quella della memoria visiva. Vedo perché ricordo, conosco ciò che non vedo. Ciò che definiamo coda dell’occhio.

Qui risiedono le ombre, il fuggevole come il nostro lato oscuro. È il regno del fuori fuoco, di ciò che si trova accanto e non di fronte. Ed è proprio qui che si trovano le sedimentazioni di trascorsi urbani recenti e già trascurati come se
fossero da dimenticare ma con i quali siamo quotidianamente in contatto.
Queste sfocature vogliono posizionarsi appena prima della coscienza, della percezione definita e consapevole, ricordano ciò che vediamo con gli occhi socchiusi.

E le cose sono tutte lì, di fronte e di fianco a noi per essere guardate e osservate come per la prima volta con una sensazione di meraviglia.
Semplicemente esistono con un loro ritmo e un loro movimento che può essere creato dal disegno delle ombre sull’asfalto o dalla linea luminosa puntiforme dei lampioni notturni.
Risplendono di una quieta bellezza che sarebbe nulla senza l’agitazione del quotidiano da cui scaturisce.

Stefano Mariani, 2019